Dopo sei stagioni The Handmaid's Tale giunge al termine, concludendo una delle saghe televisive più apprezzate dal pubblico. La serie si chiude con un episodio che apre al futuro della storia (di cui vedremo i frutti in The Testaments), ma soprattutto chiude perfettamente il cerchio con quello che è stato il cammino di June Osborne. Diretto da Elisabeth Moss e scritto dal creatore Bruce Miller, "The Handmaid's Tale" ci mostra la nuova missione di June, fra perdono, risoluzioni e riunioni emozionanti, il tutto mentre la Gilead che conoscevamo sta per cambiare definitivamente.
"A chair, a table, a lamp... and a window with white curtains. And the glass is shatterproof. But... it isn't running away they're afraid of. A Handmaid wouldn't get far. It's those other escapes. The ones you can open in yourself, given a cutting edge. Or a twisted sheet and a chandelier. I try not to think about those escapes. It's harder on Ceremony days, but... thinking can hurt your chances. My name is Offred."
Dopo che tutti i comandanti di Boston sono stati uccisi, la città viene liberata dai ribelli e dall'esercito americano. June perdona Serena prima che lei e Noah vengono portati in un campo di rifugiati delle Nazioni Unite da Tuello, che si scopre essere un comandante dell'esercito americano. Luke e June si mettono d'accordo nel voler proseguire la lotta contro Gilead separatamente e promettono di reincontrarsi in Colorado, per poter liberare Hannah insieme. In seguito June si ritrova con Emily, la quale ha combattuto con la ribellione nel Connecticut e Zia Lydia, liberata dagli Occhi, e Naomi Putnam permettono a Janine di andare a Boston con la piccola Charlotte e June ringrazia Lydia per averle aiutate. Su consiglio di Luke e sua madre Holly, June decide di scrivere un libro che documenti tutta la sua esperienza a Gilead e decide di recarsi a casa Waterford, ormai in rovina, per incominciare questa sua nuova missione.
COMMENTO: Dopo una stagione intensissima e fatta di momenti di grande impatto, questo canto del cigno della serie appare, almeno in superficie, un reiterare di cose già viste e situazioni fine a se stesse. Ma chi ha seguito la serie dall'inizio e ricorda ogni singolo trauma, lacrima, o affanno vissuto da June e dagli altri protagonisti, questo è un finale conciliante e perfetto, in quanto più orientato sul concetto che sugli eventi. Di cose ne succedono, fra riunioni, momenti di perdono e nuove consapevolezze, ma il tutto è declinato in modo tale da chiudere quello che è stato il cammino di questa straordinaria serie e aprire le porte a The Testaments, la serie sequel, tratta dall'omonimo romanzo scritto sempre da Margaret Atwood, attualmente in produzione e che narrerà la storia di Agnes (Hannah) e Daisy (Nichole) quindici anni dopo gli eventi della serie madre (il libro è stato scritto dalla stessa Atwood in concomitanza con la messa in onda della serie madre e pertanto nasce proprio come espansione di entrambe le versioni del racconto). Quindi, se da una parte abbiamo il passaggio del testimone da serie a serie, dall'altra abbiamo la conclusione di un racconto drammatico e straziante, che finalmente può mostrare che la speranza è qualcosa di concreto è reale, messaggio fortissimo per i tempi in cui viviamo. Naturalmente la regia di Moss, che ormai si sdoppia come protagonista/regista in maniera egregia, cattura i momenti più intensi del racconto con inquadrature potenti, che mostrano i vari protagonisti, ora orientati verso dei nuovi percorsi, ma anche momenti distanti nel tempo e nello spazio (su tutte la sequenza dove June e le altre ragazze, fra cui le defunte Alma e Brianna, cantano al karaoke, come avevano preannunciato di fare in diverse occasioni), che aumentano la potenza emotiva e drammatica del racconto. In una Gilead ormai stravolta dalla ribellione e che appare non più indistruttibile come in passato, vi è il perdono, come quello ricevuto da Serena, la quale, assieme al piccolo Noah, sola e priva di ogni privilegio, ricomincerà il proprio percorso in un campo di rifugiati, un epilogo interessante per il suo personaggio, o come per Zia Lydia, la quale sarà fra i protagonisti di The Testaments, indicando che avrà un ruolo fondamentale in quello che verrà, o anche per Naomi Putnam, la quale, accetta, con il silenzio, di restituire la piccola Charlotte a Janine, la quale avrà finalmente il suo lieto fine. Vi è anche una nuova consapevolezza, per Luke, Moira e Rita, ormai parte integrante della ribellione, ma sopratutto per June, la quale, su consiglio di Luke e di sua madre Holly, con cui si riunisce brevemente, decide di scrivere un libro che documenti tutto quello che le è accaduto a Gilead, come testimonianza che la speranza esiste e che il male può essere sconfitto, anche se a caro prezzo. Ciò porta alla scena conclusiva della serie, dove vediamo June tornare in quella che una volta era la vecchia dimora dei Waterford e, con una regia lenta e magnifica, vediamo June salire quelle dannate scale ed entrare in quella stanza che per lei era soprattutto una prigione (notare come, fra tutte le parti distrutte, la scritta "nolite te bastardes carborundorum" sia ancora in piedi), e inizia a registrare le prime parole di quello che sarà il racconto dell'ancella. Una scena che chiude perfettamente il cerchio e conferma come tutti i monologhi interiori fatti da June durante la serie non erano riflessioni per se stessa, ma era lei che stava raccontando effettivamente ciò che le era accaduto, rendendo ogni singolo momento della serie ancora più potente e significativo. Un epilogo dove non sono le azioni a dominare, ma le parole, le emozioni e le immagini, un approccio non sempre apprezzato, ma che funziona, se fatto a dovere.
IL PAGELLINO
The Handmaid's Tale conclude il proprio percorso con una sesta stagione sensazionale, che fa' della potenza e dell'emotività i suoi maggiori punti di forza. A livello tecnico la serie rimane ad altissimi livelli, con una regia grandiosa, una fotografia scura, ma che lascia spazio anche ai colori più caldi, e una colonna sonora epica, fra brani di terze parti azzeccatissimi e le note drammatiche di Adam Taylor. Sul piano narrativo, sicuramente la stagione è partita a rilento, con una prima metà preparatoria e una seconda metà dove i colpi di scena non sono mancati, con tutti i difetti del caso, fra cui una leggera fretta in alcuni frangenti e un personaggio amato che subisce un involuzione drastica e poco contestualizzata. La serie vanta un cast che ha sempre fatto un lavoro egregio e, essendo questa la stagione conclusiva, il livello si è alzato notevolmente, e non possiamo non menzionare Elisabeth Moss, bravissima sia come attrice, nei panni dell'eroina June Osborn, sia come regista, ma anche Yvonne Strahovski, con Serena che si è redenta parecchio, Ann Dowd, che non vediamo l'ora di rivedere nei panni di Zia Lydia in The Testaments, O.T. Fagbenle e Samira Wiley, che hanno avuto un minutaggio migliore del solito, Madeline Brewer, Amanda Brugel, il cazzutissimo Bradley Whitford, Sam Jaeger, Ever Carradine e Cherry Jones. Purtroppo, menzionando l'involuzione di prima, il personaggio di Nick Blaine, interpretato da Max Minghella, ha visto un cambiamento drastico e poco contestualizzato, come se all'improvviso avessero voluto renderlo negativo senza dare alcun margine di ripresa, il che è un grande peccato, considerato quello che ha rappresentato per la serie e soprattutto per June. Insomma, qualche difetto a parte, la stagione conclusiva di The Handmaid's Tale è un esempio di grande televisione, uno di quelli che è destinato a lasciare un grande vuoto, che speriamo possa essere colmato da The Testaments, serie che attendiamo con grande ansia.
Dopo sei intense stagioni, The Handmaid's Tale volge al termine, confermando il suo status come una delle migliori serie del decennio. Una storia intensa e che affonda le radici nella contemporaneità, ma che riesce a dare speranza anche in un racconto dove è l'oscurità e la violenza a farla da padrone. Una serie che ci mancherà parecchio.
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