Ho tradotto per voi un'intervista telefonica di Entertainment Weekly a Stephen King (scrittore del libro dal quale è tratta la serie Under The Dome) e Damon Lindelof (sceneggiatore di The Leftovers, serie che debutterà questo 29 luglio su HBO).
Lindelof ha spiegato che The Leftover è al 98% una serie altamente drammatica e realistica, con un restante 2% fantascientifico: "Quello che veramente mi ha attirato del libro era questa idea che il 2% della popolazione mondiale è scomparsa, cioè solo il 2%. E che stiamo parlando di un evento che è accaduto tre anni fa, e il libro non parla delle conseguenze immediate, di tutti i disordini e dell'instabilità e caos. L'intenzione sostanzialmente è quella di adottare la premessa che: il mondo stia quasi per finire, ma poi non è così, e ci ritroviamo di nuovo a giocare a softball, a pagare le tasse e ad andare a scuola. Se si guarda fuori dalla finestra, sembrerà tutto come è adesso. Ma se si guarda abbastanza a lungo, circa due minuti per ogni ciclo di 100 minuti, si può vedere qualcosa di molto strano camminare."
King su come nessuno si sarebbe mai aspettato che Under The Dome sarebbe andato oltre la prima stagione: "L'idea era sempre quella che sarebbe stata una cosa da 13 episodi, perché la CBS non aveva fiduciosa sul fatto che sarebbe potuta andare avanti... Ho parlato con Brian Vaughan (scrittore e produttore esecutivo) dopo che Under The Dome fu rinnovata per una seconda stagione. Gli ho detto: 'Che cosa succederà?' Lui ha risposto: 'Non ne ho una f******tissima idea.' Ma lo sviluppo della seconda stagione è eccezionale."
Lindelof su come la collaborazione con Perrotta abbia aiutato a far crescere lo show: Ho questa sensazione di come 'tutto questo è uscito dalla testa di Tom' e sarebbe bello avere il suo costante contributo creativo nello show perché sono il responsabile dello spin off Crazy Genre Mystery Town. E dopo aver trascorso sei anni della mia vita—nonostante abbia amato Lost, il senso di puro sollievo che ho avuto quando finì, e ho detto una cosa del tipo 'Non ho bisogno di farlo un'altra volta'. E la gente è tipo 'Beh, ora sembra che tu lo stia rifacendo di nuovo con The Leftovers,' e io dico, 'Penso che ci sia una differenza sostanziale tra The Leftovers e Lost'. Dopo che Lost è finito posso dire che, sembrava come se lo show fosse diventato più lungo e più folle di come doveva diventare, proprio per sostenere se stesso."
King sulla differenza qualitativa che fa un network su un episodio che viene ordinato: "Devo dire che c'è una notevole differenza fra la free TV e la TV via cavo... Principalmente, in termini di quanti episodi tu debba fare. Basti pensare a: Ci sarebbe stata una significativa differenza se gli episodi di True Detective sarebbero stati 12 invece di 8? Io credo di si. E penso che questa cosa che hanno i network di fare stagioni da 20 episodi sia come colpire qualcosa finché non riesce più a camminare. C'è una differenza sostanziale tra, diciamo, NCIS e The American, e una grande differenza tra True Detective e Bones."
Lindelof su come sia pericolosa l'euforia nello scrivere uno show senza avere un grande piano in mente: "Uno show come Breaking Bad—che a parer mio, se non è il migliore, è uno degli migliori show dove i produttori dicevano molto apertamente che stavano improvvisando. Basta dipingere se stessi in un angolo, attendere che la vernice si asciughi e poi rifare tutto da capo. Questo è un modo molto emozionante ed esaltante di scrivere una serie, ma mi è stato contestato parecchio in Lost, del tipo, 'Hai un piano, giusto?'... L'altra domanda che da sempre mi pongono è quanto impatto abbiano i fan sulla storia e vogliono che la risposta sia che loro hanno un enorme impatto. È l'arena dei gladiatori, se voi mette il pollice in giù, noi uccidiamo le persone. E qualsiasi cosa a voi non piaccia, noi la cambiamo adesso. Ecco i fan non riescono a capire che queste due cose che voglio sono altamente contraddittorie."
King su come Josh Boone sta procedendo il suo adattamento di The Stand: "Quando ho lavorato con Mick Garris per la mini-serie, è stata davvero un'esperienza gratificante perché avevamo la possibilità di focalizzarci sui personaggi e penso di aver scritto l'intera mini-serie solo per aver auto l'opportunità di sentir dire a Gary Sinise 'Stato non significa discarica'... Ora sono stato coinvolto con Josh Boone, che ha fatto The Fault in Our Stars, nel suo lavoro con la sceneggiatura. Lui è giovane, ambizioso ed è totalmente dietro il libro e sembra che stia facendo un ottimo lavoro e che abbia un sacco di sostegno dietro dalla Warner Bros. Così ho le dita incrociate, ma questo è tutto quello che posso fare, giusto? Basta incrociare le dita e sperare."

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