PRISON BREAK - Michael Scofield è davvero cambiato? Un'analisi trasversale in due punti

A molti sembra non essere piaciuta la svolta intimistica nella narrativa scofieldiana degli ultimi episodi. Molti si aspettavano di ritrovare, immutato, il machiavellico pianificatore di sette anni fa, l’uomo che non si fa cogliere mai impreparato, lo stratega indefettibile. Al contrario, questo Michael sembra non essere più lo stesso, i suoi piani sono mal congegnati, la sua evasione frutto di casi fortuiti, la sua intelligenza e la sua genialità obnubilate. E a tanti questa versione opaca, un po’ sgualcita dell’eroe è sembrata una scelta incomprensibile, quasi un tradimento insopportabile.

A costo di andare contro corrente, vi dirò che, a mio parere, la scelta degli autori è stata giusta e apprezzabile e proverò a dimostrare la mia convinzione in due punti.


Iniziamo da questo. Ci siamo risentiti, finanche offesi, quando l’infido Jacob ha osato dire che Michael è diventato un giocatore ormai così completamente preso dal gioco da averlo messo al primo posto e lasciato indietro tutto il resto. Sara, suo fratello, suo figlio, gli amici sono solo pedine sacrificabili in nome della macchinazione stessa, ci dice l’esperto della teoria dei giochi. Noi abbiamo rifiutato di credere ad una cosa del genere ma il dubbio si è insinuato, è serpeggiato nelle nostre menti e con fatica l’abbiamo ricacciato. Ci siamo detti che non poteva essere vero perché questo avrebbe significato che per anni abbiamo creduto ad una menzogna, che eravamo caduti nella trappola. Avevamo fatto entrare Michael nelle nostre vite, gli avevamo creduto e l’avevamo amato, per poi esserne traditi. No, non poteva essere così. Ma il seme era stato piantato e le azioni di Michael sembravano confermare la teoria di Jacob. Fino a quando non l’abbiamo trovato solo, in quella cella, alle prese con un telefono in procinto di spegnersi, quando registra il suo ultimo disperato messaggio. Quel messaggio era per Sara ed era per noi. Niente di quanto avevano provato a farci credere era vero. Michael non ci aveva mai traditi. Quelle parole e quelle lacrime ce l’hanno dimostrato in maniera incontrovertibile.


Il crollo emotivo dopo il fallito tentativo di fuga progettato da tempo è stato inaspettato ma comprensibile. Ci siamo sentiti coinvolti e sollevati. Ciò che è parso non avere senso è quanto accade in seguito. Dopo quello sfogo privato sarebbe dovuto tornare più in gamba e più pronto di prima. Un momento di smarrimento, una subitanea ripresa del proprio controllo e di nuovo in azione. Come si addice all’astuto e indefesso eroe. Invece, è stato così imbarazzante assistere alla sua confusione, alla sua mancanza di sangue freddo. Persino Ja è stato in grado di inventarsi un trucco per salvare sé e i compagni, mentre Scofield sembrava concentrato solo sui suoi sentimenti. Perché non si è liberato dai suoi inseguitori imbastendo un mirabolante piano in quattro e quattr’otto? Che diavolo è successo al vecchio Michael? Ne abbiamo bisogno, qui e subito, perché così non può funzionare.
Ebbene, so che la notizia vi coglierà impreparati ma il vecchio Michael Scofield o, per meglio dire, il giovane Michael non c’è più. Potremmo dire che è cresciuto, ma sarebbe riduttivo e avvilente. Gli avvenimenti, le scelte prese, lo hanno segnato nel profondo. L’impavido ragazzo ha lasciato il posto ad un uomo, in parte diverso perché fiaccato nello spirito. Perché dopo sette anni trascorsi a far evadere agenti corrotti e criminali politici dalle peggiori prigioni del mondo, lontano da chi ami e senza poter dire loro che quanto hai fatto è per il loro bene, sfido chiunque a non essere preso dallo scoramento. Ma Michael è intelligente e astuto tanto quanto lo era prima. Sembra cedere alla paura e paralizzarsi, in realtà si è solo reso finalmente conto di aver sempre agito come se fosse invincibile e ora è stanco di giocare. La posta è troppo alta e un suo passo falso potrebbe essere l’ultimo.
Forse ci siamo fatti fuorviare dai tanti eroi che popolano il nostro immaginario, eroi a cui basta una bella frase detta al momento giusto per riprendersi dal loro torpore e tornare ad essere invincibili. Converrete che una trovata del genere sarebbe stata a dir poco infelice in una serie basata sulle complesse psicologie dei suoi personaggi, per i quali la demarcazione tra buoni e cattivi si è sempre tradotta in una zona grigia. D’altronde Michael non è mai stato l’eroe immacolato, la sua armatura si è macchiata spesso di sangue ed è spesso sceso a patti col diavolo. Nessuno poteva uscirne indenne e rinascere puro come una candida rosa.
Per tale motivo quel primo momento di umana debolezza, se così vogliamo definirla, non poteva risolversi così, istantaneamente, senza lasciare tracce. Lo stesso vale per l’apparentemente incomprensibile comportamento nelle situazioni in cui avrebbe dovuto sfruttare al meglio il suo ingegno. Tutto ciò ha senso se interpretiamo il tutto come foriero di una ben più complessa intenzione narrativa.


Il secondo punto riguarda il rapporto tra i fratelli. A Fox River, così come in seguito, il legame tra Michael e Lincoln è stato sempre forte. Ma in tanti facevano notare che tra i due funzionava così bene perché l’uno era la mente fine e l’altro il braccio nerboruto. Sempre. Le azioni del primo erano attentamente pensate e soppesate mentre il secondo agiva d’impulso, senza alcun piano. Uno schema che si è ripetuto tante volte finendo con il diventare la regola. Linc è solo forza bruta; Michael è il genio, l’uomo dell’impossibile, quello che sa mettere insieme tutti i pezzi in un modo a cui nessuno penserebbe mai.
L’abbiamo pensato tutti. Lo pensava anche Michael. Non ha mai messo al corrente il fratello dei suoi elaboratissimi piani, non ha mai chiesto una sua opinione in merito a nulla, doveva solo agire come e quando gli avrebbe detto di agire. Meglio non incasinargli le idee o farlo preoccupare, il suo apporto per nulla ponderato non sarebbe stato utile.
A onor del vero, bisogna dire che anche con Sara ha taciuto i suoi piani. E se quest’ultima si è ritrovata a dubitare tanto spesso di lui ne ha avuto motivo, in fin dei conti.
Ha progettato sempre da solo, non ha mai creduto nella possibilità che gli altri potessero essergli d’aiuto. Naturalmente, gli altri potevano fare molto per lui, potevano essergli utili ma non erano assolutamente in grado di comprendere la matassa intricata della sua mente lucida, meglio giocare da solo la sua partita con Poseidon, così sarebbe stato l’unico a soffrirne.
Si è caricato per anni sulle spalle un fardello che avrebbe dovuto condividere, almeno con suo fratello. Ma di nuovo ha pensato che Lincoln non fosse sufficientemente in gamba, che sapesse solo risolvere tutto con i pugni. Scofield ha peccato a lungo di presunzione e ha dovuto ricredersi. La reazione giustamente furiosa di Lincoln al suo ennesimo temporeggiare l’ha evidentemente scosso. Ha dovuto ammettere come egli stesso sia rimasto avviluppato nei fili contorti della sua psiche. Ma nel fare questo ha aperto il vero vaso di Pandora: l’enorme fatica e la pena di dover essere sempre il migliore, perché in gioco c’era la sua vita e quella dei suoi cari, l’ha costretto a rincorrersi in un’assurda spirale di astuzie sempre più subdole. Ha dovuto fingersi altro da sé, mimetizzarsi per distrarre e confondere i suoi nemici, diventare un fantasma. Tutto per amore. Di Sara, di Mike, di Linc.


Tutto questo lo confessa, finalmente, proprio a Lincoln, alla persona a cui è più legato da sempre, ma di cui segretamente ha sempre temuto l’opinione. A volte si finge con chi si ama per non dover ammettere di essere fallibili, per tenere alta l’opinione che crediamo abbiano di noi. Con la sua assurda mania del controllo, Michael non si rendeva conto di comportarsi in maniera paradossalmente irrazionale. Ciononostante Lincoln non l’avrebbe mai abbandonato ed è riuscito a farlo rinsavire.
Ma perché accadesse era necessario che Michael cedesse alle sue emozioni, affrontasse il suo demone e prendesse coscienza di ciò che è. Non un dio, né uno stratega infallibile. Semplicemente un uomo, estremamente intelligente questo sì, ma che non può farcela senza l’imprescindibile aiuto di Lincoln. Solo ora i fratelli si sono davvero ritrovati in un legame più onesto e senza remore.

In conclusione vorrei tirare un po’ le somme di quanto detto a proposito dell’evoluzione di Scofield.
Questo Michael è diverso, in qualche modo più umano. Non è più l’algido calcolatore che conoscevamo. Ora che sbaglia perché cede alle sue emozioni, alle sue paure, forse ci riconosciamo di più in lui e non vorremmo. La morte è un finale accettabile, poetico e, per certi versi, persino giusto. Il fallimento, d’altra parte, spaventa. Michael Scofield non può aver trascorso gli ultimi sette anni della sua vita a progettare un piano inutile. Non può, non deve fallire.

La mia modestissima ipotesi è che, come nei migliori romanzi in cui il protagonista si riscatta, il sacrificio e il dolore che sta affrontando Michael in maniera così esplicita si incastri nel disegno che lo vedrà meritevole di quel lieto fine di cui allora, alla fine della quarta stagione di Prison Break, non era degno.

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Articolo di Heather Purple

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