TWIN PEAKS - "Siamo tutti sognatori" Ricapitoliamo l'episodio 3x18 "What is your name?"


“Spero di rivedervi tutti un giorno, tutti voi” Cooper si congeda con un saluto che ha il sapore di un addio, il cast raccolto in fila, nella stazione dello sceriffo. Come gli attori che salutano il pubblico prima che cali il sipario, in una scena dal significato molto metacinematografico. E in effetti il sipario cala con le tende rosse della Red Room, che per tutta la scena incorniciavano la figura di Cooper, in un finale dal sapore classico, in cui l’eroe ha sconfitto i cattivi e parte per completare la sua missione. 

TWIN PEAKS - "A place both wonderful and strange". Recap dell'episodio 3x17


Qui, proprio nel momento in cui la scena viene lasciata soltanto a Cooper, Diane e Gordon, che si addentrano in corridoi bui, nelle caldaie del Great Northern, Lynch accompagna non solo i suoi attori, ma anche noi spettatori, verso un finale che si adatta perfettamente alla sua poetica e che va ad abbattere le barriere tra gli universi. Dove il confine tra sogno e realtà è inesistente, perché tutti sono sognatori, e tutti viviamo dentro a un sogno, e il tempo e lo spazio scorrono come un fiume. La chiave 315 del Great Northern, segna questo passaggio immerso nel buio, dal quale fuoriesce Mike, recitando un poema che conosciamo bene.

“Through the darkness of future's past,
The magician longs to see. 
One chants out between two worlds
Fire walk with me"

Fuoco cammina con me. E noi camminiamo nel fuoco, per l’ultima volta.

Dale incontra Jeffries, più cosciente di se stesso, riconosce stavolta senza dubbio il vero Cooper nel suo interlocutore.
Ed è proprio lui a permettere a Cooper di tornare al giorno della morte di Laura Palmer.
“Qui troverai Judy” dice, prima di sbuffare il simbolo del gufo e lasciarlo trasformare in un otto, simbolo dell’infinito e del Nastro di Moebius.  Una superficie in cui esiste un solo lato e un solo bordo e si può passare da una superficie all’altra senza attraversare il nastro o saltare il bordo, ma camminando a lungo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Un concetto utilizzato similmente da Lynch nelle sue opere e che è un campanello d’allarme per noi spettatori.

"Salutami Gordon se lo vedi. Lui si ricorderà della versione non ufficiale"
E Jeffries ruota il nastro, fa muovere la pallina all’interno che sembra rappresentare un punto nel tempo e nelle dimensioni ben preciso, la data che Cooper ha chiesto, il 23 febbraio 1989.

E in bianco e nero, con un groppo al cuore per la nostalgia, ripercorriamo l’ultima sera in vita di Laura, da quando sale sulla moto di James, fuori casa Palmer.
Qualcosa però è diverso, perché Cooper è lì, e la accoglie, tra i boschi, tendendole la mano.
“Ti ho visto in un sogno” dice Laura, poi si lascia condurre, in un quadro che mi ha ricordato la storia di Orfeo e Euridice, piano piano ciò che è successo nell’episodio pilota della prima stagione cambia. Si crea una realtà in cui il corpo di Laura avvolto nella plastica scompare dalla riva, Pete Martell (Jack Nance è un colpo al cuore) pesca tranquillo.



E Laura viene salvata, Cooper la sta portando a casa, e i colori illuminano la figura della ragazza quasi riportandola alla vita. Ma nel salotto vuoto di casa Palmer, nel tempo che Cooper ha lasciato, Sarah Palmer è sempre più inquietante anche senza essere nell’inquadratura, udiamo dei versi animaleschi di rabbia e che non hanno nulla di umano, in una scena che è un apice di fastidio e terrore.

La sequenza in cui si accanisce sulla foto di Laura, riuscendo a rompere il vetro ma non a scalfire la foto è emblematica, perché Laura è stata salvata sì, ma in ogni caso Judy  non potrà mai spezzarla, né averla. Può uccidere distruggere il contenitore, ma l’essenza di Laura, la sua anima, sarà sempre lì, ritornerà sempre a combattere, nella morte e nel sacrificio.



Cooper continua a condurre Laura nei boschi, la trascina tenendole la mano, strappandola alla realtà degli eventi. Ma poi si ode un rumore tra i boschi, elettricità, e proprio come nel mito greco, Cooper la perde. Laura svanisce in un urlo.
L’ha presa Judy ? O forse salvandola si è creata un’altra realtà nella quale è stata sbalzata?
Il suo urlo sembra corrispondere a quello di quando viene risucchiata nella prima parte dalla Red Room.

“Trova Laura” gli aveva detto Leland.
Molto probabilmente, salvandola ha creato una realtà o dimensione alternativa, in cui è stata sbalzata.

430 : il numero di miglia per il passaggio dimensionale

Richard e Linda : Le loro nuove identità

Two birds with one stone : Salvare Laura e sconfiggere Judy ?

Questi erano gli indizi del Fireman, e Cooper aveva capito, ma non tutto poteva essere detto a voce alta. “It is in our home now”, una frase che poteva riferirsi a Judy/Mother. Era nella loro casa, forse intesa come dimensione, e proprio per quello, non poteva dire tutto o li avrebbe sentiti, dato che sono indizi importanti per ritrovare Laura.
La casa che intende il Fireman potrebbe essere anche la realtà in cui Laura sappiamo diventa Carrie Page. Una realtà creata perché Cooper potesse ritrovarla e attirare Judy?
Cooper viene riportato nella Red Room, "Is it future or is it past?" chiede Mike.
“é la storia della ragazzina che vive in fondo alla strada?” l’evoluzione del braccio pronuncia la stessa frase di Audrey. “Lo è?”
Sì, è quella storia, non ce n’è mai stata un’altra, tutto parte da Laura Palmer, she is the one.

Cooper e Diane, ancora se stessi, percorrono una strada assolata nel deserto, fino a raggiungere le 430 miglia, per abbandonare una realtà e abbracciarne un’altra, tutto può essere diverso, e il confine viene attraversato col sapore di un bacio. 



TWIN PEAKS - Il tempo sta per scadere, "No Knock, No Doorbell". Ricapitoliamo in attesa del gran finale con gli episodi 17 “The past dictates the future” e 18 “What is your name?”

Dougie Jones ha varcato la porta rossa, è tornato a casa e in una realtà serve un solo Cooper (Segno anche che la realtà del mondo di Twin Peaks che conosciamo con le prime stagioni e questo Return è rimasta invariata e esiste ancora).

Il giorno diventa notte, l’auto accelera e le figure di Dale e Diane vibrano nell’elettricità. È un’altra realtà, una  dove Laura vive, è stata creata. Ma Dale e Diane, non possono più essere loro, all’arrivo al motel, percepiamo già che qualcosa non va. Diane vede se stessa, la sé di quella realtà, si perde prima di Cooper, è incerta.



Prima dello scambio si amano un’ultima volta, lo sguardo di Diane è disperato, non è più lei è Linda, copre il volto di Cooper perché anche lui sta cambiando, a cavallo tra due realtà.  Ma forse questa scena non era un semplice addio, ma una sorta di rituale con in sottofondo "My Prayers" dei Platters, la stessa canzone che suonava alla radio prima che il Woodsman diffondesse il suo oscuro messaggio. 

("Il sesso apre le porte a qualosa di potente e mistico ma i film di solito lo rappresentano in una maniera totalmente piatta" - David Lynch)


In "The Secret History of Twin Peaks" di Mark Frost,  l’occultista Jack Parsons eseguì un rituale magico nel deserto che potrebbe avere aperto un portale che abbia permesso l’ingresso di entità malvage nel mondo (Judy?), invocando la prostituta di Babilonia.
L’atto sessuale intrapreso dai due, potrebbe essere un rituale, un azione  volta a contrastare il rituale di Parsons e quindi Judy, forse chiudendo un portale per evitare altre entità maligne o per attirarla e bloccarla nella dimensione, utilizzando l’orgasmo femminile, che per molti occultisti è un evento in grado di aprire portali, e in questo caso potrebbe averne chiuso uno o agito come forza per catturare Judy. Se notiamo la scena si concentra molto su Diane, il suo raggiungimento del piacere e la sua disperazione nel perdere la sua identità e forse anche per il ricordo dello stupro.
Ricordiamo anche che Experiment, sembra essere stata richiamata nella glass box dai due giovani amanti. Oltretutto nel look, Diane richiama molto la donna scarlatta di Parsons, Marjorie Cameron, che portava i capelli rossi come tratto distintivo.



Al mattino una lettera ci rivela le loro nuove identità, Richard e Linda, Diane le usa per scrivere il biglietto d’addio, non ha mantenuto i ricordi e si è persa nella nuova dimensione. Anche Cooper è Richard, non è più il Dale che due episodi fa ci aveva fatto battere il cuore con suo “I’m the FBI” e il suo genuino entusiasmo. È più cupo. È un mattino in cui tutto è diverso, persino il motel ha qualcosa di differente, e la sua auto è cambiata insieme a lui.


Stessa auto

Lo dimostra la scena al Judy’s cafè e il modo in cui si disfa dei tre cowboy criminali. Non si gusta il caffè, non è gioviale, e usa la violenza in un modo che richiama quello del suo doppleganger. Non sto assolutamente dicendo che quello sia Mr C, ma che nonostante conservi i ricordi di Dale, sappia chi è, ha mantenuto la sua identità, non è più totalmente Dale Cooper, ma anche un po’ Richard.
Scopre l’indirizzo di Laura e va a casa sua. La trova, ma non è più Laura, in questa dimensione si chiama Carrie Page.
“Sono morta, eppure vivo”
È morta, il suo cadavere era su quella spiaggia, eppure vive, Laura, in un’altra realtà.



Non si ricorda chi sia Laura, né Leland. Trasalisce solo al nome di Sarah. In casa sua c’è un uomo morto, seduto in poltrona, probabilmente ha una ferita da proiettile nel petto. Come look mi ha ricordato il tizio del famoso appuntamento di Andy, ma non credo sia lui. È solo segno forse di come la dannazione di Laura l’abbia seguita anche in questa vita. Sulla mensola un bianco cavallo in legno, che ci ricorda le visioni di Sarah e lo spirito equino apparso nella Red Room dopo che era stata risucchiata via nella premiere. Un simbolo, reminiscenze della sua vita passata.



Questa realtà, non impedisce però a Laura di fidarsi di Cooper e a seguirlo. Ha bisogno di scappare dopotutto, così lasciano Odessa, in Texas, e cominciano un lungo viaggio verso Twin Peaks, con un generoso minutaggio, perso in un atmosfera cupa, silenziosa. Siamo tornati a percorrere strade oscure, e la perdita di Diane insieme all’influenza di Richard e della realtà creatasi, portano Cooper vicino al suo lato oscuro, più di quanto sia mai stato.
Arriviamo a Twin Peaks, ma anziché familiare, tutto ci è estraneo, non passiamo davanti all’iconico cartello, il Double R ha qualcosa di diverso, nessun volto amico, solo elementi che ci ricordavano qualcosa che conoscevamo. È estraniante. 


Casa Palmer è la stessa, e siamo in attesa, con Cooper e Laura, che Sarah venga ad aprire, vediamo una sagoma dietro al vetro. Ma ad aprire non è Sarah. Cooper incespica, non capisce, è perso, e noi con lui. Non c’è traccia dei Palmer in questo mondo, la casa è dei Tramond, un nome che ricorda l’anziana entità della Loggia, e prima apparteneva ai Chalfont, altro nome a noi familiare, la vicina di Theresa Banks. Entrambe entità della Loggia o comunque collegate ad essa, e i Palmer non ci sono. In questa realtà parallela, alternativa, creata dal salvataggio di Laura, Sarah e Leland potrebbero non essersi mai conosciuti addirittura.
Tutto è sbagliato, Laura non può tornare a casa, non può confrontarsi con Judy, Cooper non sa cosa fare.
“What year is it?” chiede. Non possono tornare a casa. L’inevitabilità della lotta tra bene e male, accadrà sempre e non potrà avere fine. L’urlo di Laura al richiamo di Judy è emblematico, disperato. La riscrittura degli eventi funziona fino ad un certo punto, e dall'eterno ritorno non c'è scampo. 

Laura ha evitato la morte, BOB è stato apparentemente sconfitto. Ma è un ciclo che dovrà ripetersi in continuazione, perchè il male, attirato dal genere umano, si ripresenterà sempre. Sarah/Judy si dispera per l'impossibilità di eliminare Laura, e non ci riuscirà mai, potrà uccidere il suo corpo, non la sua essenza. Allo stesso modo, per combattere il male, il sacrificio di Laura è continuo e ciclico, porta Laura a morire, reincarnarsi e tornare indietro. Quante volte Cooper avrà salvato Laura? Quante realtà e linee temporali si sono create, in seguito a questo? Quanti miliardi di Cooper ci sono (ricordate il bigliettino di Briggs con tanti Cooper)? Quante volte è stato ripetuto tutto questo? Forse molte, ma non importa saperlo, perché accadrà ancora, perché Laura non è sola, per una Laura ci sarà sempre un Cooper e il nostro ormai Fu Dale Cooper, incarna la speranza, l’eroe che può corrompersi, ma non si arrende e non lo farà mai davanti al male. Le luci a casa Palmer si spengono mentre Judy richiama la “figlia” in un urlo simile, forse identico all’audio del Pilot  in cui Sarah chiamava la figlia per andare a scuola.



Perché forse non resteranno lì intrappolati. Come in un loop infinito, come un nastro di Mouebius tutto potrebbe ricominciare d’accapo, facendo svegliare i due protagonisti nel 1989 che conosciamo, “Torniamo alle posizioni iniziali”. E tutte le intuizioni di Cooper non sarebbero altro che reminiscenze di ciò che è accaduto e accadrà (Is It Past Or Is It Future?), i rispettivi sogni di Laura e i suoi rappresenterebbero qualcosa che è già accaduto e dovrà accadere, realtà diverse che si tramutano in sogni. Ricordi di un ciclo precedente o realtà alternativa, inaccessibili alla coscienza ma che riemergono. Cooper entra effettivamente nella Red Room solo nel finale della seconda stagione, quindi il primo sogno di Cooper nella prima stagione potrebbe non essere altro che un ricordo trasformatosi in sogno. Si spiegherebbero così i sogni condivisi da Dale e Laura e i passaggi del diario coi sogni di una Laura molto più cosciente della sua condizione di quanto lo fosse in questo finale.
Un nastro di Moebius in cui le realtà si alternano influenzate l’una dall’altra, la fine porta all’inizio.

E le luci si spengono e almeno per adesso, il sipario è calato davvero, non sappiamo più in che anno siamo, non sappiamo più niente. Ci lascia con la stessa sensazione straniante che si prova ridestandosi da un sogno. In una stagione in cui la quarta parete è stata spesso distrutta, prima da una bomba atomica, poi da un addio, fino a un vecchio film che portava un nome conosciuto, noi tutti, impegnati a cercare un sognatore ci siamo ritrovati a esserlo, incapaci di capirlo, fin quando ormai il sogno è finito. “Tutti siamo i sognatori”

L’eco delle note malinconiche di Badalamenti è lontano, il viaggio è finito, Laura sussurra qualcosa a Cooper nell’orecchio, un segreto, qualcosa che non sapremo mai perché ormai ci siamo svegliati. Non si può ricordare tutto nei sogni, e così come Cooper non ricordava le parole di Laura nella prima stagione, stavolta siamo noi a non riuscire a sentirle.



Twin Peaks è stato un viaggio onirico, inquietante, splendido e commovente, e si è concluso in un modo confacente al suo creatore. So che molti si sono arrabbiati, e può essere lecito, ma le risposte non sono mai state una priorità nelle opere di Lynch. In questa serie, ha spiegato più di quanto potessimo aspettarci e ha regalato un finale perfetto per una serie sempiterna come Twin Peaks. Si possono non condividere alcune scelte, la fine di BOB, o l’assenza di una conclusione definita per Audrey, ma ritengo siano dettagli di secondaria importanza, piccoli nei di una conclusione eterna e disturbante. 

Twin Peaks non ha mai regalato nulla, è, come ho già scritto, una serie che stimola il ragionamento e il cervello, ti apre al confronto e in un epoca di guerre social ritrovarsi per condividere teorie e pensare è una cosa splendida, non abbiamo visto solo una serie tv, Twin Peaks è cinema, è suono, poesia, è arte in movimento, coinvolge tutti i sensi in un esperienza a 360 gradi.

Una delle cose più belle degli esseri umani è avere l’intuizione: la usiamo tutti i giorni nella vita, ma - nel cinema - questo sentimento non riceve più alcun affidamento. Il pubblico sa le cose, le capisce. Non servo certo io a spiegarle. La spiegazione dei miei film è lì davanti agli occhi di tutti. La spiegazione di chiunque lo veda non sarà, forse, simile alla mia, ma non importa. Il cinema serve a portarti in altri mondi. Amo tutti i film che mi fanno sognare e che mi portano ad esplorare altri universi. Adoro le astrazioni e il cinema può fornire delle astrazioni”.

Lynch ha creato una sua opera restando fedele a se stesso, ma ci ha regalato la libertà di pensare, di poter dire la nostra, annullando ciò che è giusto o sbagliato. Ogni teoria partorita dal quattro settembre alle ore 5:00 del mattino, orario in cui abbiamo lasciato Twin Peaks, è valida e reale. Proprio come in un sogno nulla è assoluto e viene interpretato dal sognatore.
Al di là che possa continuare (cosa che spero perché potrei non averne mai abbastanza) oppure no, questo finale consacra eternamente questa serie, la rende immortale.
E chissà, forse ci ritroveremo a sognare ancora, e il sipario si alzerà un’altra volta conducendoci in un mondo sia strano che meraviglioso.

“In un bel Paese di Meraviglie,
Sognano e vivono la notte e il giorno,
Sognano ancor mentre l'estate muore.
Sempre portati via dalla corrente 
Pigri indolenti, in quella luce d'oro 
La vita che cos'è, se non un sogno?”




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Articolo di Cristina F.

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