FARGO - Recensione della terza stagione



Si è conclusa la scorsa settimana la terza stagione di Fargo, la serie molto liberamente ispirata all'omonimo film dei 1996 dei fratelli Coen.

[SPOILER ]
Come già nelle due stagioni precedenti, la serie mutua dal film ambienti e atmosfere ma sviluppa storie autonome proponendo una nuova versione del format seriale con una serie antologica sui generis.

La stagione appena conclusa propone la storia di due fratelli che hanno seguito percorsi di vita differenti. Emmit ha raggiunto il successo, è un ricco imprenditore e vive in una bella casa con la sua famiglia godendosi i suoi agi mentre Ray vive una vita squallida e anonima al fianco della sua compagna, ex detenuta.


Come nello stile della serie, un fatto piccolo e insignificante (come un francobollo...) da il via ad una serie di eventi sempre più nefasti peggiorati da scelte pessime e spesso casuali dei protagonisti. Ma non solo il fato guida le azioni degli attori in scena: lo sgradevole Varga, cattivo senza redenzione, manipola e agisce alle spalle di tutti per i suoi fini criminali.


Ancora la criminalità organizzata è protagonista della stagione ed Emmit è personaggio che non ha la forza di opporsi a ciò che lo circonda. E alla fine sembra quasi che sia lui il vincente quando in un flashforward lo vediamo dopo cinque anni che è a tavola con la famiglia e con i suoi amici, tra cui il suo socio Sy ormai ridotto su una sedia a rotelle e capace a malapena di parlare a causa delle azioni del suo migliore amico. Emmit è sorridente e tranquillo e le scritte in sovraimpressione ci informano che sì, ha dovuto dichiarare fallimento ma ha scontato solo due anni di libertà vigilata e probabilmente ha dei fondi ingenti nascosti in qualche conto segreto. Il fratello è morto, il suo migliore amico ha la vita rovinata, la sua quasi cognata è finita con un proiettile in fronte ma lui è lì sorridente. Fino a che non arriva il colpo alla testa come espiazione di tutti i suoi peccati.


Meglio allora Ray che perlomeno aveva dei valori e dei sogni ed era amato dalla sua compagna che muore nel tentativo di vendicarlo, lui morto ancora una volta casualmente per mano del fratello. Le donne sembrano essere le uniche ad avere la forza morale di offrire resistenza e faticare per ottenere la verità come lo sceriffo Gloria Burgle che non molla la sua indagine nemmeno di fronte all'ottusità dei suoi colleghi maschi o Nikki Swango che quasi da sola riesce ad eliminare Varga e soci.


La tragedia si mescola alla farsa, il sovrannaturale si unisce al caso, la stupidità si sposa con l'arroganza. Non c'è redenzione, non c'è lieto fine. I cadaveri si accumulano ma la violenza è quasi sempre off screen come la morte di Emmit o la doppia sparatoria nella quale muore Nikki che è inquadrata da lontano come in un duello western. E non è un caso che Emmit muoia per mano di Mr.Wrench, l'unico personaggio ricorrente nelle tre stagioni, il sicario sordo che dopo cinque anni, come un atto di lealtà a Nikki, vendica la sua morte e chiude la storia.


O dovremmo dire quasi chiude la storia visto che l'ultima scena è riservata a Varga del quale scopriamo il destino dopo la sua innaturale sparizione nell'ascensore dell'edificio dove si consuma la carneficina dei suoi scagnozzi.
Il finale resta aperto ma se una quarta stagione ci sarà, non ripartirà da qui visto che la serie azzera tutto ogni stagione e propone nuove storie e personaggi. Non sapremo mai (probabilmente) quale sarà stato il destino di Varga e chi c'è dietro quella porta.


Tra citazioni al film originale, riferimenti letterari, omaggi al Grande Lebowski, influenze religiose e sovrannaturali, Fargo si rivela come un complicato affresco morale senza vincitori se non il destino, il tutto in una cornice scenica che fa della maggior parte delle inquadrature un vero e proprio tableau vivant.



Un saluto a Series Generation 

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Articolo di Barbara Maio

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