THE SON - Recensione della prima stagione


Si è conclusa lo scorso week end la prima stagione della serie The Son di AMC, tratta dall'omonimo romanzo di Philipp Meyer.

La serie racconta in parallelo la storia di Eli che da giovane, a metà dell'Ottocento, viene rapito dai Comanches e da adulto è diventato un ricco allevatore texano. Eli giovane diventa giorno dopo giorno parte della famiglia dei Comanches ed acquista i loro usi e costumi non volendo più ritornare alla sua vita precedente neanche davanti all'opportunità di essere liberato mentre l'Eli adulto deve lottare per mantenere la sua ricchezza quando l'allevamento passa in secondo piano di fronte alla scoperta del petrolio.
Come il romanzo, la serie in 10 episodi mantiene la narrazione alternata offrendo una parte prettamente da genere western e una più legata alla saga familiare con Eli patriarca indiscusso. Nel romanzo troviamo 3 narratori: Eli, il figlio Peter e la nipote Jeanne. Qui nella serie il punto di vista si riduce a quello di Eli ma l'autore Meyer ha dichiarato che l'idea è quella di realizzare un racconto televisivo in cinque parti anche perché in questa prima stagione manca ancora moltissimo di quello che è narrato nel libro e sempre Meyer ha rivelato di avere tantissimo materiale non utilizzato nella versione finale del romanzo. La serie, per ora, è stata confermata per una seconda stagione che andrà in onda nel 2018.
Quando si analizza un prodotto derivato da un romanzo è sempre complicato prescindere dall'opera originale. La serie in sé presenta una ottima fotografia ed una cura particolare nei dettagli delle location e dei costumi. Inoltre, tocca dei tasti importanti come l'assimilazione culturale, il razzismo, la lealtà, la famiglia. Tutti temi presenti anche nel romanzo che, però, si presenta più crudo e violento. Si prenda ad esempio la scena del rapimento di Eli che nel volume occupa parecchie pagine e descrive nei dettagli la violenza sulle donne e la distruzione dell'attacco Comanche e nella serie viene risolta con alcune scene in lontananza e sfocate.
Solo nell'ultimo episodio la serie alza il tiro mostrando crudamente Eli che taglia lo scalpo del suo nemico. Edulcorando la storia, la serie perde parte della forza, soprattutto nella parte di Eli adulto che sfocia spesso in un dramma familiare troppo lento e melodrammatico. Il protagonista adulto, Pierce Brosnan offre una performance fisica adeguata mentre l'aspetto vocale sembra a tratti troppo impostato e teatrale rendendo la sua recitazione a volte forzatamente costruita e poco fluida.


Quindi, la parte nel passato risulta più avvincente anche per la presenza di maggiori scene di azione e l'indagine sui costumi della tribù e racconta bene la progressiva assimilazione di Eli che da vittima diventa parte della famiglia allargata. La serie procede un po' a strappi e l'ultimo episodio racchiude tantissimo materiale sui due fronti rendendo la chiusura della stagione più avvincente della serie nella sua interezza.

Il pubblico ha accolto la serie in maniera mista: Metacritic la valuta 57 con un 6 del pubblico mentre Rotten Tomatoes 54% ma con un 83% per il punteggio solo del pubblico. 

Vedremo se la serie nella sua continuazione vorrà rischiare maggiormente e si occuperà delle storie rimaste in sospeso anche se programmare una narrazione in cinque stagioni può essere rischioso nel volatile mercato televisivo odierno.

Un saluto a Series Generation 
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Articolo di Barbara Maio

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